|Lunedi' 23 dicembre 2002 | BACK | NEXT

CANADA-EUROPA: RAPPORTI QUASI PERFETTI
Intervista del Corriere Canadese a Romano Prodi, presidente della commissione europea

di Angelo Persichilli
CORRIERE CANADESE

Si sentiva a casa, Romano Prodi, alla Carleton University di Ottawa. Lo scorso anno gli conferirono la laurea honoris causa, quest'anno ha volentieri accettato di partecipare ad una tavola rotonda sull'Europa e si è auto-invitato per una conferenza il prossimo anno, «sempre in questo periodo, prima di Natale». All'incontro con il presidente della Commissione europea ha partecipato un numero ristretto di docenti e di studenti della facoltà di Scienze politiche dell'ateneo della capitale canadese.

Hanno fatto domande su tutto, a volte nascondendo male lo scetticismo sulla riuscita di questo «esperimento»
europeo. Ma il «prof», certamente a suo agio negli ambienti accademici, ha risposto a tutti con calma, con un inglese volutamente stringato ed in netto contrasto con quello di qualche suo interlocutore preoccupato più di sfoggiare la sua cultura per impressionare il guest speaker che di contribuire al dibattito.

Ad un docente che gli faceva presente che i Paesi dell'est europeo non avevano interesse ad entrare in un'altra federazione dopo l'esperienza con l'Urss, Prodi ha fatto causticamente notare che «forse mi è sfuggito, ma non mi sembra che questi Paesi abbiano mai fatto domanda per entrare a far parte della federazione sovietica».

Ad un altro docente che sottolineava la contraddizione di una Europa «senza confini ma dentro ai quali non c'è immigrazione interna», Prodi ha
risposto che «emigra il ricco ed il povero, la massa rimane nel suo Paese quando le cose vanno bene». Gli ha fatto osservare che «ad esempio il mio Paese d'origine, l'Italia, contribuiva in modo massiccio al fenomeno dell'emigrazione. Ora non solo si è bloccato, ma c'è il flusso contrario». Una «conversazione» di circa un'ora e mezza apprezzata da tutti i presenti e conclusasi con l'intento reciproco di sentirsi il prossimo anno.

Alla fine della tavola rotonda Prodi ha concesso una lunga intervista esclusiva al
Corriere Canadese. Si è parlato dei rapporti bilaterali Canada-Europa, del multilinguismo e del futuro dell'Europa.

Presidente, si parla sempre di buoni rapporti Canada-Europa ma poi non ci sono accordi commerciali. Non è che l'Europa stia snobbando il Canada?
«No. Col Canada abbiamo un rapporto ottimo. Non c'è problema politico maggiore che non ha visto Unione Europea e Canada andare mano nella mano».

Ma nessun accordo di free trade.
«L'unica differenza è il free trade ma è una situazione particolare».

Come mai?
«In Cile, che è una coda lontanissima, siglammo l'ultimo accordo e rimandammo tutto al dopo Doha (riunione della World Trade Organization nel Qatar). Però oggi abbiamo discusso col primo ministro i progressi nel campo economico e commerciale che equivalgono o addirittura (se riusciremo a siglarli) superano un free trade agreement. Non ho alcun problema sul futuro dei rapporti tra Canada ed Europa».

Ma in Europa si guarda al Nordamerica e si pensa solo agli Stati Uniti.
«Non credo. Proprio ora ci sono tensioni politiche con gli Stati Uniti, che io non voglio esagerare, ma ci sono. Non ci sono col Canada. Quindi se l'opinione pubblica ha una percezione simile, è in favore del Canada. Poi mi auguro che anche con gli Usa si ristabilisca quel rapporto, anche popolare, che c'è sempre stato. Ma col Canada non c'è starnuto, influenza o malattia di qualsiasi tipo».

A parte la Spagna.
«...ma perbacco, le controversie commerciali appartengono alla regola. Noi dobbiamo sempre avere un 2% del nostro commercio che è sotto litigation, altrimenti sarebbe noioso. Nella pesca c'erano certi interessi, ma tutto è ora risolto».

È corretto dire che i rapporti politici sono più avanzati di quelli commerciali?
«Sì. Questo sì. Ed è proprio ciò che ho detto oggi durante gli incontri. Credo che con l'allargamento ci sia una occasione nuova di investimenti canadesi in Europa molto importante e credo che ci sia anche spazio per il commercio».

Certo che con un 86% di interscambio con gli Usa è anche difficile competere.
«Sì, ma non esagererei. Se lei toglie il grande commercio frontaliero, l'energia ed altre attività commerciali che ci sarebbero anche tra Canada ed Europa se fossimo confinanti, le cose non sarebbero così esagerate. Certe cose sono inevitabili. Non si può fare una equivalenza quantitativa di questi aspetti».

Il presidente degli esportatori canadesi, Perrin Beatty diceva oggi proprio questo. Il 40% dello scambio è all'interno di aziende che hanno sedi in entrambi i Paesi.
«Certo. Sono fattori importanti da mettere in conto».

Comunque per i rapporti commerciali bisogna aspettare il dopo-Doha.
«No, Credo che ci saranno prima di Doha. Vogliamo mettere in atto un avvicinamento di legislazioni non tariffarie che non potranno che essere utili».

Quando si comincerà?
Proprio durante gli incontri a Ottawa si è detto che si deve fare il più presto possibile».

Passiamo all'Europa. I cittadini residenti fuori l'Europa, hanno il diritto di votare anche per le elezioni europee?
«Questo è un problema che non è stato ancora affrontato in modo operativo. Sinceramente non le riesco a dare una risposta in quanto appartiene ad una fase successiva della nostra aggregazione. Il problema si deve porre; se ce lo poniamo a livello nazionale, lo dobbiamo porre anche a livello europeo».

Durante la conferenza ha detto che l'inglese sta prevalendo come lingua internazionale. È la lingua del mondo?

«No. All'interno del mio gabinetto parlo ad esempio francese. Ho detto che statisticamente fa impressione. Per lo stesso Chrétien, come ha detto oggi, sentire i cinesi che impostano incontri in inglese, fa impressione. Come lingua di trasmissione comune ha fatto progressi. Ma non toglie l'importanza delle altre lingue».

È
quindi una lingua di lavoro.
«Sì. Occorre avere lingua di lavoro e questo in molti casi è l'inglese. E lo diventerà di più nel futuro. Le altre lingue però noi le custodiamo come grandi valori di diversità e di appartenenza. Come dicevo nelle riunioni di gabinetto si parla francese, in Parlamento ognuno usa la sua lingua. Ma l'inglese ha fatto grossi progressi».

Rimarranno le lingue nazionali?
«Di sicuro. Sono una ricchezza. Parlo altre lingue, ma parlo sempre così volentieri l'italiano. In Europa la custodia delle lingue è fortissima».

Avremo una televisione europea?
«Molto difficile, proprio a causa della presenza di molte lingue. Ma non solo: vi sono dei gusti e caratteri nazionali ancora così diversi. Ci saranno interscambi anche maggiori nel futuro, ma sempre col mantenimento di televisioni con strutture nazionali».

I progressi sull'unità monetaria sono stati invece giganteschi. Quando l'euro sarà la moneta che potrà offrire una alternativa al dollaro?
«Ma lo è già. L'euro sta conquistando un ruolo molto forte, anche come moneta di uso del cittadino, va forte. Oltre che in Europa, lo trova in tutta l'Africa, nel Medio Oriente. Le ragioni sono tante: gli affari, ma anche i flussi turistici che lo portano fuori dall'Europa. Per diventare proprio come il dollaro occorrono altre cose, come l'ingresso della Gran Bretagna e di altri Paesi».

Già, la Gran Bretagna. Quando entrerà?
«Dovrebbe chiedere a loro. Noi l'avremmo già accolta. È una decisione solo britannica».

È economica o culturale?
«È totale. Di sicuro una scelta complessa, economica e culturale. In Svezia ci si sta avviando verso il referendum, in Gran Bretagna ancora non se ne parla».

La maggiore sfida?
«L'allargamento. E siamo già sulla buona via. C'è la convenzione, la riforma del sistema. Sarà un successo, ma la velocità di questo successo dipende dall'allargamento».

Ultima domanda su Prodi: ha fatto il professore, l'economista, il capo del governo italiano, il presidente dell'Europa. A quale di queste attività si sente più attaccato?
«Ho fatto molto volentieri tutti i lavori. Mi ha visto anche oggi molto appassionato su questi temi europei. Pur essendo un momento difficile, dobbiamo convenire che stiamo toccando ora temi di portata storica. Certamente è difficile trovarsi in uno stesso anno con l'euro, l'allargamento, la convenzione. Sono grandi sfide. In questo momento sono molto stanco. Un lavoro fisico terribile, ma ovviamente molto interessante».


 

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