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«LA
RIFORMA SCOLASTICA VA AVANTI»
In una intervista al Corriere Canadese, il ministro della Pubblica
Istruzione Janet Ecker parla del futuro del settore nella provincia di
Angelo
Persichilli
CORRIERE CANADESE La
riforma scolastica in Ontario andrà avanti e non ci saranno ripensamenti
sull'impegno al finanziamento delle scuole cattoliche: lo ha affermato il
ministro della Pubblica Istruzione dell'Ontario, Janet Ecker, in una
intervista al Corriere Canadese. Nel corso dell'intervista, che riportiamo
integralmente di seguito, la Ecker parla anche dei rapporti con i sindacati e
con il governo federale.
Ministro
Ecker, qualcuno aveva ventilato l'ipotesi che il governo dell'Ontario potesse
seguire l'esempio del Newfoundland e del Québec e finanziare solo le scuole
pubbliche.
Ecker: "L'Ontario aveva una situazione molto differente dal punto di
vista legale e costituzionale rispetto alle altre Province. L'istruzione
cattolica è garantita direttamente dalla Costituzione. Per questo motivo
abbiamo un sistema di finanziamento per l'istruzione delle scuole cattoliche
simile a quello del sistema pubblico. Noi abbiamo degli impegni differenti
basati su un compromesso legale stabilito molti anni fa. Impegni che sono
differenti da quelli del Québec, del Newfoundland e delle Province Atlantiche".
E
l'estensione dei finanziamenti alle altre scuole private?
"L'altra ragione per cui abbiamo concesso un credito fiscale a coloro
che mandano i figli nelle scuole private di ispirazione religiosa o culturale
è la volontà di dare ai genitori la possibilità di scegliere il tipo di
scuola che vogliono per i propri figli. Noi crediamo che i genitori possono
fare delle scelte più accurate sul futuro dei figli, più di quanto può fare
il governo. Si tratta solo di avere fiducia nei genitori.
Non
chiederete quindi di cambiare la costituzione come ha fatto il Québec e il
Newfoundland per eliminare le scuole cattoliche?
"Certo che no. Altrimenti perché avremmo fatto tutti questi cambiamenti
negli ultimi cinque anni?"
Ha
parlato di cambiamenti nel settore scolastico. Qual è stato quello più
importante?
"Abbiamo migliorato il sistema introducendo meccanismi che rendono il
settore più vicino al controllo dei genitori e dei contribuenti in termini di
efficienza e di qualità dell'istruzione".
La
rivoluzione è finita?
"No, c'è molto da fare".
Ad
esempio?
"Siamo in via di definizione del nuovo curriculum, stiamo estendendo i
cosiddetti test standardizzati ai vari livelli. Dobbiamo poi completare il
sistema per i test agli insegnanti. I genitori hanno il diritto di sapere cosa
sta accadendo nelle scuole e giudicare. E dobbiamo fare in modo che i
miglioramenti vengano riconosciuti ed adeguatamente premiati".
Lei
dice che i finanziamenti sono aumentati, ma i sindacati dicono che sono
diminuiti. Ci dia delle cifre.
"Nel 1995 si spendeva per l'istruzione $12 miliardi e 900 milioni. Ora ne
spendiamo 13 miliardi e 800 milioni. Si tratta di un aumento che va al di là
degli aumenti legati alle iscrizioni. E la formula di finanziamento tiene, tra
l'altro, conto degli aumenti degli studenti".
Sono
sufficienti tali fondi?
"Certo che no. D'altra parte non c'è mai stato un provveditorato che ha
detto ad un ministro della Pubblica Istruzione che i finanziamenti erano
sufficienti. Comunque, l'impegno per la qualità dell'istruzione è stato
ribadito nel bilancio".
Qualcuno
dice che avete ceduto alle pressioni dei sindacati negli ultimi tempi.
"Abbiamo annunciato un compromesso. Vi sono più soldi e ridefinito il
concetto di workload per gli insegnanti che non era quello nostro iniziale ma
nemmeno quello che volevano i sindacati. Abbiamo riconosciuto la necessità di
aiuto extra per gli studenti e quindi lo abbiamo adeguatamente finanziato.
Abbiamo anche dato la flessibilità che gli insegnanti necessitano nel
preparare l'orario di lavoro per partecipare alle attività di doposcuola".
Qual
è il rapporto con i sindacati?
"Non
è differente di quello che hanno avuto con gli altri governi. Si sono battuti
contro il governo Davis, il governo Peterson, come anche contro il governo di
Bob Rae. Sappiamo a cosa vanno contro, ancora non sappiamo a cosa sono a
favore. Purtroppo è così e ciò non è di grande aiuto a nessun governo che
vuole portare avanti le riforme. E di sicuro non aiuta gli insegnanti".
Nota
qualche miglioramento negli ultimi tempi?
"Non
lo so. So che ogni volta che cerchiamo di fare ciò che abbiamo proposto agli
elettori nel corso della campagna elettorale ci criticano e, in molti casi,
lavorano contro di noi. Quando sono diventata ministro dissi che avrei
consultato tutti i nostri patrners, cioè anche i sindacati. Chiesi loro di
darmi consigli su come portare avanti cose che avevamo promesso di fare. E
continuerò a farlo".
Se
potesse tornare indietro, cosa cambierebbe di quello che ha fatto?
"Tanto
per cominciare molti mi dicevano di non accettare questo ministero. Non ero
d'accordo con loro".
Se
ne è pentita?
"No".
Allora,
cosa cambierebbe?
"Si
possono sempre fare cose migiori, soprattutto col senno del poi. Considerando
comunque tutte le cose che abbiamo fatto in questi ultimi cinque anni possiamo
essere soddisfatti, sono contenta di avere avuto la possibilità di servire il
governo nella capacità di ministro dell'Istruzione e sono desiderosa di
continuare a portare avanti le riforme che abbiamo cominciato".
Quindi
nessun rimpianto.
"A
dir la verità, no".
Crede
che sia necessario avere un ministero dell'Istruzione a livello nazionale?
"L'istruzione
è di competenza provinciale. Certo, degli standard nazionali sarebbero utili,
ma vi sono dei problemi".
Quali?
"Sarebbe
innanzitutto molto difficile trovare un consenso tra le province su questi
standard, mentre l'altro problema è il governo federale. Spesso Ottawa spinge
le province ad accettare certi programmi nazionali poi, una volta annunciati,
tolgono o riducono l'appoggio finanziario. Il caso della sanità è tipico".
L'unico
coordinamento avviene quindi nell'ambito del Consiglio nazionale dei ministri
provinciali dell'Istruzione.
"Cerchiamo
di lavorare insieme e, anche se non è possibile avere gli standard nazionali,
cerchiamo di integrare il più possibile quelli provinciali".
Qual
è allora il ruolo che lei vede per il governo federale?
"Credo
che Ottawa dovrebbe concentrare i suoi sforzi in due direzioni: dovrebbe
innanzitutto aumentare la qualità della vita di tutti i cittadini aumentando
la produttività. Se non abbiamo una economia sana, non possiamo fare
investimenti nel settore dell'istruzione. A questo proposito devo dire che il
ministro federale delle Finanze, Paul Martin, ha fatto delle cose buone.
Sfortunatamente il primo ministro Jean Chrétien non ha sempre preso in
considerazione i consigli del suo ministro delle Finanze come invece avrebbe
dovuto".
E
la seconda direzione?
"Riguarda
il settore sanitario. Ottawa dovrebbe cominciare a contribuire con i
finanziamenti che aveva promesso. Noi non dobbiamo dimenticare che il governo
federale è stato l'unico governo del Canada a tagliare i fondi in questo
settore. Poi dovrebbe assicurarsi che il sistema sia finanziariamente
sostenibile per futuro".
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