| Lunedì 16 aprile, 2001 | BACK | NEXT

     

«LA RIFORMA SCOLASTICA VA AVANTI»
In una intervista al Corriere Canadese, il ministro della Pubblica Istruzione Janet Ecker parla del futuro del settore nella provincia

di Angelo Persichilli
CORRIERE CANADESE

La riforma scolastica in Ontario andrà avanti e non ci saranno ripensamenti sull'impegno al finanziamento delle scuole cattoliche: lo ha affermato il ministro della Pubblica Istruzione dell'Ontario, Janet Ecker, in una intervista al Corriere Canadese. Nel corso dell'intervista, che riportiamo integralmente di seguito, la Ecker parla anche dei rapporti con i sindacati e con il governo federale.

Ministro Ecker, qualcuno aveva ventilato l'ipotesi che il governo dell'Ontario potesse seguire l'esempio del Newfoundland e del Québec e finanziare solo le scuole pubbliche. Ecker: "L'Ontario aveva una situazione molto differente dal punto di vista legale e costituzionale rispetto alle altre Province. L'istruzione cattolica è garantita direttamente dalla Costituzione. Per questo motivo abbiamo un sistema di finanziamento per l'istruzione delle scuole cattoliche simile a quello del sistema pubblico. Noi abbiamo degli impegni differenti basati su un compromesso legale stabilito molti anni fa. Impegni che sono differenti da quelli del Québec, del Newfoundland e delle Province Atlantiche".

E l'estensione dei finanziamenti alle altre scuole private?
"L'altra ragione per cui abbiamo concesso un credito fiscale a coloro che mandano i figli nelle scuole private di ispirazione religiosa o culturale è la volontà di dare ai genitori la possibilità di scegliere il tipo di scuola che vogliono per i propri figli. Noi crediamo che i genitori possono fare delle scelte più accurate sul futuro dei figli, più di quanto può fare il governo. Si tratta solo di avere fiducia nei genitori.

Non chiederete quindi di cambiare la costituzione come ha fatto il Québec e il Newfoundland per eliminare le scuole cattoliche?
"Certo che no. Altrimenti perché avremmo fatto tutti questi cambiamenti negli ultimi cinque anni?"

Ha parlato di cambiamenti nel settore scolastico. Qual è stato quello più importante?
"Abbiamo migliorato il sistema introducendo meccanismi che rendono il settore più vicino al controllo dei genitori e dei contribuenti in termini di efficienza e di qualità dell'istruzione".

La rivoluzione è finita?
"No, c'è molto da fare".

Ad esempio?
"Siamo in via di definizione del nuovo curriculum, stiamo estendendo i cosiddetti test standardizzati ai vari livelli. Dobbiamo poi completare il sistema per i test agli insegnanti. I genitori hanno il diritto di sapere cosa sta accadendo nelle scuole e giudicare. E dobbiamo fare in modo che i miglioramenti vengano riconosciuti ed adeguatamente premiati".

Lei dice che i finanziamenti sono aumentati, ma i sindacati dicono che sono diminuiti. Ci dia delle cifre.
"Nel 1995 si spendeva per l'istruzione $12 miliardi e 900 milioni. Ora ne spendiamo 13 miliardi e 800 milioni. Si tratta di un aumento che va al di là degli aumenti legati alle iscrizioni. E la formula di finanziamento tiene, tra l'altro, conto degli aumenti degli studenti".

Sono sufficienti tali fondi?
"Certo che no. D'altra parte non c'è mai stato un provveditorato che ha detto ad un ministro della Pubblica Istruzione che i finanziamenti erano sufficienti. Comunque, l'impegno per la qualità dell'istruzione è stato ribadito nel bilancio".

Qualcuno dice che avete ceduto alle pressioni dei sindacati negli ultimi tempi.
"Abbiamo annunciato un compromesso. Vi sono più soldi e ridefinito il concetto di workload per gli insegnanti che non era quello nostro iniziale ma nemmeno quello che volevano i sindacati. Abbiamo riconosciuto la necessità di aiuto extra per gli studenti e quindi lo abbiamo adeguatamente finanziato. Abbiamo anche dato la flessibilità che gli insegnanti necessitano nel preparare l'orario di lavoro per partecipare alle attività di doposcuola".

Qual è il rapporto con i sindacati?

"Non è differente di quello che hanno avuto con gli altri governi. Si sono battuti contro il governo Davis, il governo Peterson, come anche contro il governo di Bob Rae. Sappiamo a cosa vanno contro, ancora non sappiamo a cosa sono a favore. Purtroppo è così e ciò non è di grande aiuto a nessun governo che vuole portare avanti le riforme. E di sicuro non aiuta gli insegnanti".

Nota qualche miglioramento negli ultimi tempi?

"Non lo so. So che ogni volta che cerchiamo di fare ciò che abbiamo proposto agli elettori nel corso della campagna elettorale ci criticano e, in molti casi, lavorano contro di noi. Quando sono diventata ministro dissi che avrei consultato tutti i nostri patrners, cioè anche i sindacati. Chiesi loro di darmi consigli su come portare avanti cose che avevamo promesso di fare. E continuerò a farlo".

Se potesse tornare indietro, cosa cambierebbe di quello che ha fatto?

"Tanto per cominciare molti mi dicevano di non accettare questo ministero. Non ero d'accordo con loro".

Se ne è pentita?

"No".

Allora, cosa cambierebbe?

"Si possono sempre fare cose migiori, soprattutto col senno del poi. Considerando comunque tutte le cose che abbiamo fatto in questi ultimi cinque anni possiamo essere soddisfatti, sono contenta di avere avuto la possibilità di servire il governo nella capacità di ministro dell'Istruzione e sono desiderosa di continuare a portare avanti le riforme che abbiamo cominciato".

Quindi nessun rimpianto.

"A dir la verità, no".

Crede che sia necessario avere un ministero dell'Istruzione a livello nazionale?

"L'istruzione è di competenza provinciale. Certo, degli standard nazionali sarebbero utili, ma vi sono dei problemi".

Quali?

"Sarebbe innanzitutto molto difficile trovare un consenso tra le province su questi standard, mentre l'altro problema è il governo federale. Spesso Ottawa spinge le province ad accettare certi programmi nazionali poi, una volta annunciati, tolgono o riducono l'appoggio finanziario. Il caso della sanità è tipico".

L'unico coordinamento avviene quindi nell'ambito del Consiglio nazionale dei ministri provinciali dell'Istruzione.

"Cerchiamo di lavorare insieme e, anche se non è possibile avere gli standard nazionali, cerchiamo di integrare il più possibile quelli provinciali".

Qual è allora il ruolo che lei vede per il governo federale?

"Credo che Ottawa dovrebbe concentrare i suoi sforzi in due direzioni: dovrebbe innanzitutto aumentare la qualità della vita di tutti i cittadini aumentando la produttività. Se non abbiamo una economia sana, non possiamo fare investimenti nel settore dell'istruzione. A questo proposito devo dire che il ministro federale delle Finanze, Paul Martin, ha fatto delle cose buone. Sfortunatamente il primo ministro Jean Chrétien non ha sempre preso in considerazione i consigli del suo ministro delle Finanze come invece avrebbe dovuto".

E la seconda direzione?

"Riguarda il settore sanitario. Ottawa dovrebbe cominciare a contribuire con i finanziamenti che aveva promesso. Noi non dobbiamo dimenticare che il governo federale è stato l'unico governo del Canada a tagliare i fondi in questo settore. Poi dovrebbe assicurarsi che il sistema sia finanziariamente sostenibile per futuro".

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