|
VENERDÌ 21 SETTEMBRE, 2001 |
BACK
| NEXT
DAI
MEDIA UN SOLO MESSAGGIO: GUERRA
Intervista
al prof. Derrik DeKerckhove, discepolo di Marshal McLuhan, di
Angelo Persichilli
CORRIERE
CANADESE
Dai
media un solo messaggio: guerra. In una intervista al Corriere Canadese il
prof. Derrik DeKerckhove, considerato il successore di Marshal McLuhan e
direttore del McLuhan Program of Culture and Technology dell'Università di
Toronto, ha espresso grosse preoccupazioni su come i media stanno riportando i
drammatici eventi della scorsa settimana negli Stati Uniti.
Di
seguito il testo integrale della conversazione con lo studioso canadese.
Prof.
DeKerckhove, quale messaggio ci giunge dai media dall'11 settembre a oggi?
"Quello che viene fuori, almeno dalla carta stampata, è un messaggio di
guerra e non lascia spazio ad altre soluzioni"
E
le conseguenze?
"Il problema è quello: l'eliminazione della possibilità di una
alternativa che non sia la guerra. La guerra e la retorica della guerra sono
il messaggio che ci viene imposto ed è un messaggio molto potente che ci
porta ad una situazione critica, come sempre accade quando non c'è
un'alternativa".
E
quale potrebbe essere questa l'alternativa?
"Non
usare la parola guerra e la sua retorica e concentrare invece il messaggio
nella battaglia contro il terrorismo aiutando a coordinare un piano efficace.
Il terrorismo ha raggiunto un punto di pericolosità senza precedenti, di
proporzioni globali e catastrofici. Dobbiamo convincerci che stiamo parlando
di un ambiente comune dove si devono trovare punti di accordo che ci
permettono di convivere".
Ci
faccia un esempio di un approccio differente.
"Il messaggio di due giorni fa del presidente pachistano che ha cercato
di calmare i suoi concittadini e convincerli che era nell'interesse di tutti
consegnare bin Laden alla giustizia. Quella era la notizia di prima pagina,
non quella del National Post che parlava del sondaggio con l'80% dei canadesi
a favore della guerra. La prima ci parla del mondo che vuole la guerra,
l'altra del mondo unito contro il terrorismo. La guerra distrugge lo spazio
comune aumentando l'instabilità".
Il
messaggio di guerra viene dai media o dai politici?
"È una combinazione. La fonte non sono i media ma l'amministrazione
Bush. Ha dichiarato guerra al terrorismo ma i giornali hanno preso solo la
parola guerra, e ciò è completamente differente. I media non sono la fonte,
ma possono prenderne una ed inquinarla".
Perché?
"Per vari motivi ed in modi differenti. Un
giornale di destra lo fa per motivi diversi di un giornale di sinistra.
Entrambi però amplificano, accelerano e diffondono un messaggio pieno di
emozioni e cercano di pilotarle".
Vede
una differenza tra media elettronici e carta stampata?
"Si,
ma non tanto nel contenuto. La carta stampata ha più spazio per i contenuti
mentre quella elettronica per le emozioni. Ciò non è stato vero nelle prime
ore dopo gli attentati quando le immagini venivano riproposte più volte. Fa
parte della cronaca. Quello cui mi riferisco è più in generale, quando cioè
ascolti una persona in televisione e ciò che dice è supportato da immagini
che fanno aumentare la reazione emotiva".
Invece
la carta stampata?
"L'opinione
personale viene fuori leggendo i giornali. Uno legge la storia e comincia a
pensare in modo più indipendente, comincia a formarsi una immagine nella
mente, non nel teleschermo di fronte. Quel processo che forma l'opinione è
strettamente personale, non è condiviso con nessuno. Chi guarda la
televisione diventa automaticamente massaudience in quanto il contenuto non è
nella sua mente ma nello schermo. Quando invece lo legge, deve tradurre le
parole, che non significano niente, in immagini che danno un significato
all'evento".
Durante
il terrorismo delle Brigate Rosse in Italia Marshall McLuhan, disse che era il
caso di staccare la spina. Il terrorista vuole pubblicità: togliamogliela.
"Credo che lui avesse ragione quando diceva che molta della complessità
della vita di oggi viene dagli avvenimenti legati ai media. Diceva anche che,
in alcune occasioni, erano creati dai media. E questo è uno di questi casi.
Non che i media siano i terroristi, ma i terroristi usano i media come loro
principali interlocutori. Non volevano parlare a Bush, agli Usa o agli
americani: volevano l'attenzione dei media".
Per
questo abbiamo avuto due aerei contro lo stesso bersaglio?
"Ovvio. Col primo aereo hanno solo chiesto ai media di puntare le
telecamere sul World Trace Centre".
Ma
stacchiamo la spina?
"Non credo che possa usarsi la stessa medicina per un problema differente.
In
Italia McLuhan aveva probabilmente ragione anche se il blocco non fu mai
effettuato. Ma
è chiaro che una riduzione della copertura giornalistica riduce le
motivazioni dei terroristi. Ciò
è stato confermato in molte occasioni, soprattutto a Belfast".
Ed
in questo caso?
"Non
credo che staccare la spina sia la risposta giusta. Credo invece che si debba
approfittare dell'opportunità per esaminare la complessità della situazione
e cercare di ridurre le emozioni. I media dovrebbero essere il sistema di
supporto per la ricerca di una soluzione, non aumentare il problema che, in
questo caso, è la guerra. La guerra aumenta il problema, non lo diminuisce".
Lei
ha detto che i terroristi volevano l'attenzione della stampa. Perché, quando
l'hanno avuta, non hanno rivendicato l'attentato?
"Varie
ragioni. Una è che nessun singolo gruppo si è sentito in grado di assumersi
una responsabilità così grande, anche per non mettere in pericolo la
sicurezza del Paese in cui si trovano. Sanno che sarebbero stati subito
attaccati dagli Usa. L'altra interpretazione è che senza una rivendicazione
sarà difficile per Bush colpire i colpevoli; ciò fa aumentare il dibattito e
le divisioni interne".
Cosa
resta del villaggio globale dopo i fatti della scorsa settimana?
"Questo è un attacco al villaggio globale e proprio per questo la
risposta deve essere globale, non solo dagli Usa".
Quanto
questo concetto è stato danneggiato?
"È
ritardato. Una volta il villaggio globale veniva fuori dal messaggio
televisivo che dava una informazione immediata degli avvenimenti reali. Ora
abbiamo i villaggi globali e tali nuove unità hanno uno spazio comune. E
questo spazio comune deve essere usato per la coesistenza pacifica da gruppi
che sono radicalmente differenti dal punto di vista religioso, ideologico o di
differente sistema, sia esso democratico o dittatoriale. Si tratta della
coabitazione di persone che vivono in un ambiente di loro scelta e, in quei
Paesi dove la scelta non è possibile, portare lentamente allo stesso livello".
Ci
faccia qualche esempio.
"Settanta anni di repressione impedisce ora a molte nazioni dei Balcani
di convivere pacificamente in uno spazio comune ma, prima o poi, devono
imparare. Questa convivenza è il maggiore problema, ma anche la migliore
soluzione: creare uno spazio comune a livello globale, riconoscendo il diritto
assoluto di altre persone di avere una religione differente o altre opzioni
politiche. In un clima di guerra tutto viene ritardato". Vogliamo tornare
di nuovo alle guerre tra cattolici e protestanti?"
|