|
MERCOLEDÌ 12 SETTEMBRE, 2001 | BACK
| NEXT
L'AMERICA
TRA DUE FUOCHI? di
Angelo Persichilli
CORRIERE
CANADESE
Le
indicazioni che emergono dagli eventi di ieri negli Stati Uniti sono
tantissime. Vorrei comunque concentrare l’attenzione su tre aspetti. La
prima riguarda ovviamente la morte di migliaia di persone colpevoli solo di
trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Particolarmente
agghiaccianti gli ultimi atti di vita di persone innocenti a bordo degli aerei
dirottati.
La seconda considerazione va al popolo americano in generale. Un popolo
orgoglioso della propria forza, della sua prosperità e della sua continua
battaglia per la difesa della democrazia. Tale difesa, comunque, dalla fine
della guerra di secessione, l’aveva combattuta sempre sul territorio altrui.
È successo nella prima guerra mondiale, nella seconda, quindi nelle varie
Coree, nella controversa guerra del Vietnam e ultimamente nel Golfo contro
Saddam Hussein.
Ieri, per la prima volta negli ultimi secoli, la battaglia è stata portata a
Washington, il centro politico mondiale, a New York, nel cuore dell’America
finanziaria. La guerra la combattono ora anche a casa loro. Quelle che si sono
viste ieri nelle televisioni di tutto il mondo sono le stesse immagini che
erano abituati a vedere nei film dei loro eroi di celluloide.
Ma questa volta le immagini non venivano da TMN (The Movie Network) ma dalla
CNN (Cable News Network). E con la differenza che questo "film"
ancora non è terminato con le immagini del presidente, ferito ma vittorioso,
che saluta la bandiera a stelle e strisce. Questa volta la scritta "The
end" ancora non c’è. Il filmrealtà continua.
E qui giunge la terza considerazione.
«L’America è in guerra», ha detto ieri un giornalista della CNN; questa
è una mezza verità: per fare la guerra ci vogliono due contendenti, e gli
americani ancora non riescono a identificare il loro nemico. Un nemico
vigliacco ma pericoloso, organizzato, invisibile, al cui confronto la
famigerata Cia fa la figura dei vigili urbani
di Nairobi.
Ma se c’è qualcuno che crede di trovare motivo di soddisfazione politica
dall’imbarazzo americano, è meglio che ci ripensi, prima di aprire qualche
bottiglia di champagne.
Dalla caduta dell’Unione Sovietica l’equilibrio internazionale non si basa
più sulla disputa ideologica Est-Ovest
ma si è spostata ad un confronto-scontro Nord-Sud.
Ciò che è accaduto ieri non ha niente a che fare con la destra o la sinistra.
La disputa si è spostata dal campo politicoideologico, a quello
religiosoculturale.
Numerosi estremisti islamici, non più tenuti a bada dalla potenza sovietica,
hanno dichiarato guerra al «dèmone» americano che ora, nonostante sia
rimasto l’unica grossa potenza mondiale, è più isolato che mai. Si trova
infatti ad essere attaccato politicamente da una sinistra internazionale che
cerca di riorganizzarsi intorno al concetto di globalizzazione, ma anche da
una sempre più attiva ed organizzata fazione di estremisti islamici.
La guerra di religione ha soppiantato la guerra ideologica. Con la differenza
che mentre la prima era una «guerra» basata su un equilibrio che ha
assicurato al mondo la pace per oltre mezzo secolo, quella religiosa include
il fanatismo. Per capire la gravità della situazione basta solo farsi una
domanda: cosa è successo delle bombe atomiche che erano nelle mani dei
sovietici? E se cadranno nelle mani di questi fanatici? E se già ci sono?
Un giornalista chiese qualche tempo fa ad uno scienziato con quali armi si
combatterà la terza guerra mondiale. La risposta dello scienziato fu semplice
ma terrificante: «Non so le armi che si useranno nella terza guerra mondiale.
So però che la quarta guerra mondiale sarà combattuta con le clave».
|