On. Costa, la donna italiana è discriminata?
«Sul piano legislativo la donna italiana gode di una buona salute.
Il nostro quadro normativo ha fatto enormi salti in avanti. Il problema
si pone nella loro vita, quando per esempio vogliono sposarsi e lavorare».
Cosa succede?
«Nonostante le ottime leggi sulla maternità, ci risulta
che vi sono datori di lavoro che, prima di assumere una ragazza, chiedono
se hanno intenzione di sposarsi ed avere figli. In quel caso fanno firmare
una lettera di dimissioni con data in bianco. L’80 per cento delle nuove
assunzioni in Italia negli ultimi anni sono femminili e soprattutto nei
lavori definiti "atipici". In questo c’è di tutto: c’è l’innovazione,
la flessibilità voluta e nuove forme di precariato soprattutto verso
le donne».
Lei spesso ha parlato anche di problemi di immagine.
«Sì. C’è una forma di grave discriminazione dal
punto di vista dell’immagine, di identità femminile attraverso i
media. Per l’Italia è un momento di imbarbarimento dell’immagine
della donna. Basta vedere la televisione italiana. Sono assolutamente critica
verso un modo indecoroso di trattare l’immagine femminile. Va in onda la
visibilità delle donne, non la loro visione. Diamo una pessima immagine
della donna italiana. Io dico sempre che in Italia c’è la censura
della testa delle donne, il resto non è censurato».
Cosa fate per correggere questo problema?
«Abbiamo aperto una vertenza sia con la Rai, sia con la Fininvest.
Abbiamo detto che se non ci saranno interventi faremo delle denunce anche
per omissioni di atti d’ufficio in quanto vi sono delle regole precise.
Il problema in Italia è che vi sono tante leggi con poche sanzioni.
Noi chiediamo le sanzioni».
Può fare un paragone tra la situazione della donna italiana
e quella della donna canadese?
«Non conosco abbastanza la legislazione del Canada. Credo comunque
che la donna italiana abbia una serie di diritti e garanzie molto importanti.
Segnalo ad esempio la nuova legge sui congedi parentali per conciliare
famiglia e lavoro».
Abbiamo parlato della donna; ma cosa ne pensa dell’immagine dell’uomo
italiano ex latin lover.
«Mi pare che ci sia un problema molto diverso. Credo che nei
giovani maschi italiani ci sia un insieme di insicurezza sulla propria
identità e anche un certo timore, una forza maggiore che spesso
vedono nelle ragazze. Ciò talvolta, paradossalmente, li porta ad
esibizioni di machismo e di rambismo. E sappiamo come va a finire».
Cosa si può fare per correggere questo?
«Credo che sia necessaria una maggiore coeducazione di ragazzi
e ragazze a condividere alcuni valori della persona, della suessualità,
della famiglia e così via».
Un esempio?
«Si parla molto nelle scuole oggi, più che di educazione
sessuale, di educazione dei sentimenti, dell’essere genitori. Questo è
un tema importante e necessario da discutere. L’uomo italiano, rispetto
a quello europeo, ha una caratteristica che sta scoprendo oggi: il valore
di essere un padre non solo della domenica ma di vivere di più alcune
quote del suo tempo libero, insieme anche alla moglie e alla famiglia non
soltanto su alcune cose come il calcio. C’è quindi una maggiore
comprensione della condivisione di una reciprocità dei ruoli uomodonna.
Rispetto all’uomo europeo, l’uomo italiano che dedica questo tempo alla
famiglia è più limitato. La verità è che la
donna fa il doppio o triplo lavoro».
In Canada abbiamo Maria Minna ministro, quando in Italia avremo un
ministro di origine albanese o marocchino?
«Questo problema lo abbiamo proposto un anno fa durante una conferenza
delle donne immigrate in Italia, presente anche il ministro canadese Maria
Minna della quale sono una grande amica. L’eccezione fatta dalle donne
presenti è che alcuni Paesi, incluso il Canada, concedono più
facilmente la cittadinanza. In Italia una persona rischia di rimanere immigrata
o extracomuniaria per tutta la vita. Solo da poco tempo qualcosa è
cambiato e, dopo una permanenza di dieci anni, si può chiedere la
cittadinanza».
Ostacolo quindi solo amministrativo?
«No. Ma intanto senza cittadinanza non si pone nemmeno il problema.
Diventando cittadini italiani ci si abitua di più alla loro presenza
vedendoli più spesso, ad esempio, in uffici pubblici. Molti di noi
sono anche a favore del voto nelle amministrative a coloro che risiedono
da un certo numero di anni in Italia. Ciò faciliterebbe una maggiore
apertura. C’è un problema culturale: l’Italia non ha ancora metabolizzato
il fatto che non è più solo un Paese di emigrazione ma anche
di immigrazione. E ciò è strano. Basti pensare che molte
famiglie affidano le cose più care che hanno, bambini ed anziani,
alle cure di donne immigrate. Spesso c’è però una complicità
dei media che riportano solo fatti legati all’immigrazione illegale o cronaca
negativa. È un peccato. Si perde l’occasione di creare una realtà
multiculturale con cui l’Europa già si confronta».
Torniamo alla donna italiana all’estero. Parlava di grosse potenzialità
non sfruttate. Cosa suggerisce?
«Intensificare scambi culturali e promuovendo jointventure fra
donne imprenditrici. Una proposta che abbiamo fatto all’America Latina
e che vorrei riproporre anche in Canada, è quella di aprire nelle
varie Camere di Commercio italiane all’estero, degli sportelli rivolti
alle donne imprenditrici. Noi potremo fornire informazioni su quelli che
sono gli strumenti che ci sono anche in Italia a favore delle donne imprenditrici.
L’altra iniziativa è lo studio del contributo che la cultura delle
donne ha dato alla storia dell’emigrazione. La storia dell’emigrazione
delle donne italiane è una storia non scritta».
Come si può colmare questa lacuna?
«Abbiamo mandato a tutte le università dell’America Latina
un bando istituendo un premio sulle migliori ricerche e tesi di laurea
sulla storia della donna italiana nell’immigrazione attraverso la stampa
dell’epoca e la stampa locale. Abbiamo già sette ricerche in corso.
I vincitori saranno nostri ospiti in Italia. L’altra interfaccia è
nell’aiuto che le donne italiane che hanno conosciuto le problematiche
di sradicamento ma anche i vantaggi di un inserimento in un’altra società,
possono dare a noi per avere una diversa cultura dell’integrazione e del
multiculturalismo nei confronti della nuova grande immigrazione».