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Corriere Canadese – 27 maggio, 2000 BACK - NEXT

«Le leggi sono buone, ma vi sono ancora problemi»
Intervista all'on. Silvia Costa sulla condizione della donna in Italia:
«Ha fatto grosse conquiste, ma esiste ancora discriminazione»
di Angelo Persichilli
Corriere Canadese
Le leggi italiane sui diritti della donna sono molto avanzate, ma non vi sono sanzioni contro i trasgressori: questo in sintesi il giudizio dell’on. Silvia Costa, presidente della Commissione per le pari opportunità, sulla condizione della donna in Italia. In un’intervista al Corriere Canadese l’on. Costa ha anche parlato della donna italiana all’estero e delle potenzialità non sfruttate.

On. Costa, la donna italiana è discriminata?
«Sul piano legislativo la donna italiana gode di una buona salute. Il nostro quadro normativo ha fatto enormi salti in avanti. Il problema si pone nella loro vita, quando per esempio vogliono sposarsi e lavorare».

Cosa succede?
«Nonostante le ottime leggi sulla maternità, ci risulta che vi sono datori di lavoro che, prima di assumere una ragazza, chiedono se hanno intenzione di sposarsi ed avere figli. In quel caso fanno firmare una lettera di dimissioni con data in bianco. L’80 per cento delle nuove assunzioni in Italia negli ultimi anni sono femminili e soprattutto nei lavori definiti "atipici". In questo c’è di tutto: c’è l’innovazione, la flessibilità voluta e nuove forme di precariato soprattutto verso le donne».

Lei spesso ha parlato anche di problemi di immagine.
«Sì. C’è una forma di grave discriminazione dal punto di vista dell’immagine, di identità femminile attraverso i media. Per l’Italia è un momento di imbarbarimento dell’immagine della donna. Basta vedere la televisione italiana. Sono assolutamente critica verso un modo indecoroso di trattare l’immagine femminile. Va in onda la visibilità delle donne, non la loro visione. Diamo una pessima immagine della donna italiana. Io dico sempre che in Italia c’è la censura della testa delle donne, il resto non è censurato».

Cosa fate per correggere questo problema?
«Abbiamo aperto una vertenza sia con la Rai, sia con la Fininvest. Abbiamo detto che se non ci saranno interventi faremo delle denunce anche per omissioni di atti d’ufficio in quanto vi sono delle regole precise. Il problema in Italia è che vi sono tante leggi con poche sanzioni. Noi chiediamo le sanzioni».

Può fare un paragone tra la situazione della donna italiana e quella della donna canadese?
«Non conosco abbastanza la legislazione del Canada. Credo comunque che la donna italiana abbia una serie di diritti e garanzie molto importanti. Segnalo ad esempio la nuova legge sui congedi parentali per conciliare famiglia e lavoro».

Abbiamo parlato della donna; ma cosa ne pensa dell’immagine dell’uomo italiano ex latin lover.
«Mi pare che ci sia un problema molto diverso. Credo che nei giovani maschi italiani ci sia un insieme di insicurezza sulla propria identità e anche un certo timore, una forza maggiore che spesso vedono nelle ragazze. Ciò talvolta, paradossalmente, li porta ad esibizioni di machismo e di rambismo. E sappiamo come va a finire».

Cosa si può fare per correggere questo?
«Credo che sia necessaria una maggiore coeducazione di ragazzi e ragazze a condividere alcuni valori della persona, della suessualità, della famiglia e così via».

Un esempio?
«Si parla molto nelle scuole oggi, più che di educazione sessuale, di educazione dei sentimenti, dell’essere genitori. Questo è un tema importante e necessario da discutere. L’uomo italiano, rispetto a quello europeo, ha una caratteristica che sta scoprendo oggi: il valore di essere un padre non solo della domenica ma di vivere di più alcune quote del suo tempo libero, insieme anche alla moglie e alla famiglia non soltanto su alcune cose come il calcio. C’è quindi una maggiore comprensione della condivisione di una reciprocità dei ruoli uomodonna. Rispetto all’uomo europeo, l’uomo italiano che dedica questo tempo alla famiglia è più limitato. La verità è che la donna fa il doppio o triplo lavoro».

In Canada abbiamo Maria Minna ministro, quando in Italia avremo un ministro di origine albanese o marocchino?
«Questo problema lo abbiamo proposto un anno fa durante una conferenza delle donne immigrate in Italia, presente anche il ministro canadese Maria Minna della quale sono una grande amica. L’eccezione fatta dalle donne presenti è che alcuni Paesi, incluso il Canada, concedono più facilmente la cittadinanza. In Italia una persona rischia di rimanere immigrata o extracomuniaria per tutta la vita. Solo da poco tempo qualcosa è cambiato e, dopo una permanenza di dieci anni, si può chiedere la cittadinanza».

Ostacolo quindi solo amministrativo?
«No. Ma intanto senza cittadinanza non si pone nemmeno il problema. Diventando cittadini italiani ci si abitua di più alla loro presenza vedendoli più spesso, ad esempio, in uffici pubblici. Molti di noi sono anche a favore del voto nelle amministrative a coloro che risiedono da un certo numero di anni in Italia. Ciò faciliterebbe una maggiore apertura. C’è un problema culturale: l’Italia non ha ancora metabolizzato il fatto che non è più solo un Paese di emigrazione ma anche di immigrazione. E ciò è strano. Basti pensare che molte famiglie affidano le cose più care che hanno, bambini ed anziani, alle cure di donne immigrate. Spesso c’è però una complicità dei media che riportano solo fatti legati all’immigrazione illegale o cronaca negativa. È un peccato. Si perde l’occasione di creare una realtà multiculturale con cui l’Europa già si confronta».

Torniamo alla donna italiana all’estero. Parlava di grosse potenzialità non sfruttate. Cosa suggerisce?
«Intensificare scambi culturali e promuovendo jointventure fra donne imprenditrici. Una proposta che abbiamo fatto all’America Latina e che vorrei riproporre anche in Canada, è quella di aprire nelle varie Camere di Commercio italiane all’estero, degli sportelli rivolti alle donne imprenditrici. Noi potremo fornire informazioni su quelli che sono gli strumenti che ci sono anche in Italia a favore delle donne imprenditrici. L’altra iniziativa è lo studio del contributo che la cultura delle donne ha dato alla storia dell’emigrazione. La storia dell’emigrazione delle donne italiane è una storia non scritta».

Come si può colmare questa lacuna?
«Abbiamo mandato a tutte le università dell’America Latina un bando istituendo un premio sulle migliori ricerche e tesi di laurea sulla storia della donna italiana nell’immigrazione attraverso la stampa dell’epoca e la stampa locale. Abbiamo già sette ricerche in corso. I vincitori saranno nostri ospiti in Italia. L’altra interfaccia è nell’aiuto che le donne italiane che hanno conosciuto le problematiche di sradicamento ma anche i vantaggi di un inserimento in un’altra società, possono dare a noi per avere una diversa cultura dell’integrazione e del multiculturalismo nei confronti della nuova grande immigrazione».


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